Trinity e dintorni

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23 maggio 2018 di donablogger

di Sara Romoli //

          inglese_in_te_senza_scrittaDistricarsi nel ginepraio delle innumerevoli certificazioni linguistiche esistenti (volte ad accertare in modo ufficiale il grado di competenza linguistica acquisito) significa innanzitutto individuare i migliori enti certificatori, quelli più autorevoli e riconosciuti a livello internazionale. Per chi ne sa poco o nulla, sigle come ESOL, GESE, ISE, TOEFL, IELTS, sembrano parole uscite dalla bocca del monaco Salvatore nell’indimenticato Il Nome della Rosa. Eppure, quel misto di volgare, latino, spagnolo, tedesco e italiano, la cui musicalità è rimasta impressa nelle orecchie della nostra mente anche grazie alla nota versione cinematografica, nulla ha a che vedere con queste bizzarre combinazioni di lettere, le quali, lungi dal celebrare una succulenta miscela linguistica inesistente eppure ben comprensibile e straordinariamente poetica, stanno invece ad indicare, nell’altezzosità del carattere maiuscolo e in modo anche piuttosto algido, quelle vie preferenziali che portano dritto nel cuore dell’Olimpo della Lingua Inglese. In qualunque di queste sigle si decida di buttarsi, ci sarà qualcuno che nel modo più oggettivo possibile testerà la nostra competenza linguistica (Test, Testing, sono parole che ricorrono negli acronimi sopra citati).

          ragioniere-3782360Non ce l’ho con il testing. Con nessun tipo di testing: né quello internazionale degli enti certificatori, né quello nazionale del nostro INVALSI, né quello che facciamo noi insegnanti quando, per dare massima oggettività alla valutazione, ci armiamo di calcolatrice e iniziamo a fare i ragionieri.

           Però, solo questo non può bastare. E un insegnante lo sa, perché un insegnante non è un ente certificatore, ma formatore. E la formazione è qualcosa che non puoi misurare, non puoi quantificare, non puoi neanche giudicare. La puoi solo osservare, monitorare, aiutare, parare, indirizzare, veicolare, rallentare o accelerare, la puoi ascoltare, puoi asciugarle le lacrime, puoi sentirla ridere, puoi vederla sorridere, puoi spiegarle cosa è il sacrificio, cosa è la gratificazione e a volte la mortificazione. Puoi dirle si e puoi dirle no. A volte glielo spieghi perché hai detto si o no, a volte non glielo spieghi e va bene lo stesso. Puoi sgridarla, puoi sorriderle, puoi sorprenderla. Puoi sdrammatizzare per farle comprendere il giusto valore delle cose. Puoi rispettarla sempre, e così facendo imparerà cosa è il rispetto senza che tu glielo debba spiegare.

            La formazione è un percorso, spesso ad ostacoli, soprattutto nella scuola media.

           Della certificazione in sé per sé, e lo dico da insegnante di lingua inglese, a me non interessa molto. L’attestato, intendo. È l’ultima cosa.

           Anche qui, ancora una volta, bisogna comprendere che il focus non è l’esame, ma il percorso intrapreso per arrivarci.

          Tutto inizia con un’ardua decisione intorno al mese di dicembre: “Ma con l’esame di terza media alle porte, mi devo mettere pure a studiare per questa cosa qua? Ma tanto poi che ci fai con l’attestato? Chi l’ha fatto mi ha detto che poi alle superiori non ti serve a niente”.

            Come un segugio alla ricerca del tartufo più grande e profumato, snaso le voci che ogni tanto percepisco strisciare tra i banchi. Mi armo di pazienza, e con poche frasi, semplici, pacate, incontrovertibili, smonto queste idee riportate per sentito dire e le infarcisco di rinnovata curiosità e voglia di scoprire. Cosa mai sarà questo Trinity?

         Quando gli alunni (gli alunni! Non i genitori…) decidono che faranno l’esame, hanno già fatto un passo che li ha fatti crescere un pochino di più. Si sono presi la responsabilità di qualcosa che dipende solo da loro e non dalle famiglie, che in fondo, fino a questa età, hanno sempre deciso per loro. Nel momento in cui si sono presi la responsabilità si sono presi anche un impegno nei confronti di molte persone: di sé stessi in primis, decidendo volontariamente anche di rinunciare a qualche lezione di karate o un incontro di calcio per partecipare alle lezioni preparatorie; dei propri genitori e degli insegnanti, perché sanno che dovranno davvero impegnarsi, sia a lezione che a casa, con uno studio individuale. I ristretti gruppi di lavoro che si creano sono gruppi misti di classi diverse: si creano nuove dinamiche, si accorciano le distanze e il clima è più disteso. Anche la prof sembra diversa… è più rilassata e sembra divertirsi di più. C’è un bel clima di conoscenza reciproca e nelle conversazioni in lingua, ogni tanto spuntano storie personali divertenti, lati del carattere che al mattino restano ben nascosti dietro al timore di essere giudicati.

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            Poi si inizia con questo benedetto topic: il giorno prima della scadenza fissata, sul padlet dedicato al Trinity cominciano a spuntare i lavori dei ragazzi…inizio a spostare un post per correggerlo e contemporaneamente il mio alunno ci sta mettendo le mani, aggiustandolo qua e là… è una specie di tira e molla. Il post sembra una coperta: io cerco di allargarlo da una parte, e lui nello stesso istante apporta modifiche annullando le mie. Inizia una comica corrispondenza che dà al tutto una spinta diversa. Io la chiamo, da sempre, EMOTIONAL LEARNING. L’ultimo giorno di preparazione, a fine lezioni, ci siamo lasciati lo spazio per un dolcetto e un cappuccino alla macchinetta del caffè in sala prof. Questa è la cosa che più mi affascina di tutto questo percorso: ho scoperto che i ragazzi sono attratti dalla macchinetta del caffè come api dal miele. Sarà la collocazione nel posto più vietato della scuola, dove non gli è mai permesso entrare, sarà il fascino del proibito, ma quell’aggeggio rappresenta per loro un vero oggetto del desiderio. Vederli in fila davanti alla macchina infernale con gli occhi bramosi per una insulsa bevanda calda mi ha fatto davvero sorridere.

            Ci siamo: l’esame è domani e il gruppo dei candidati Trinity è colto da una specie di improvvisa isteria collettiva. Lo aspettavo questo momento: succede ogni anno e io fotografo con i miei sensi percettivi ogni attimo di questa fase. È un altro passo in avanti dentro al nostro famoso percorso. La mattina dell’esame la tensione c’è e si vede. Fuori dalla stanza dove c’è l’esaminatore sfilano uno per uno i miei alunni: portano dentro cuori tamburellanti ed espressioni preoccupate e tese; ne escono trasfigurati, qualcuno fa bella mostra di due guance di un bel color rosso vivo e si lascia andare ad un sorriso di distensione. Da chi meno te lo aspetti, l’adrenalina si scioglie in una specie di capriola a terra. Anche l’ultimo ha finito. Scendiamo le scale dell’istituto superiore che ci ha accolti. Mi volto e li guardo: i loro passi soddisfatti sono così diversi dall’incedere borioso degli adolescenti delle superiori. È davvero gratificante vederli così.

I nostri ragazzi prima dell’esame

            Eccolo dunque il loro percorso: la decisione iniziale, l’impegno profuso, la costanza nel fare qualcosa di cui non vedrai subito il risultato (insegniamo ai ragazzi l’arte della pazienza, della lentezza e del saper aspettare), la tensione e l’agitazione condivise con gli altri, l’esame frontale con un insegnante madrelingua, l’adrenalina che scende, la soddisfazione, la gratificazione per aver portato a termine qualcosa in cui si sono spesi.

         Qualunque sia l’esito dell’esame, i miei ragazzi sono cresciuti, ce l’hanno fatta. Si sono messi in gioco, hanno superato una prova e si sa, da che mondo è mondo, che le prove fanno crescere.

           E non dite più che l’esame Trinity è solo una certificazione internazionale…

 

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3 thoughts on “Trinity e dintorni

  1. Eva Picco ha detto:

    Sagge parole!

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  2. Gabriele Paris ha detto:

    Nella foto sembriamo meno agitati di quanto lo fossimo veramente 😂

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I commenti sono chiusi.

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