Il medioevo nei nostri manuali: una narrazione superficiale e stereotipata, che non ha alcun rapporto con la ricerca storica.

3 gennaio 2019 di donablogger

di Vincenzo Sciacca

Un racconto immobile. I manuali cartacei di storia medioevale, e qui mi riferisco soltanto a quelli per la scuola media, hanno fatto negli ultimi anni uno sforzo insensato per assomigliare sempre di più ad un prodotto digitale, corredandosi di finestre e rimandi che mimano sfrontatamente l’ipertestualità: la grafica è così esplosa in un disorientante e caotico carnevale, mentre il “contenuto”, spesso incrostato di stereotipi, nella maggior parte dei casi non ha conosciuto alcuna evoluzione o “revisione”. Il problema riguarda probabilmente tutte le discipline e gran parte della manualistica corrente, ma si presenta con particolare acutezza nei manuali di storia medioevale, dove il divario tra una “narrazione” ossificata, sempre uguale a se stessa, e le acquisizioni della ricerca storica degli ultimi decenni è clamoroso e davvero imbarazzante.

Due soli esempi, ma eclatanti: la piramide feudale e l’economia curtense.

Una rete, non una piramide. La maggior parte dei manuali continua a riproporre schemi “a piramide” per descrivere la società feudale: il re al vertice, poi i vassalli, più giù i valvassori e i valvassini e, al di sotto di tutti, i servi della gleba. Molti storici avvertono però, inascoltati, che questo schema è privo di fondamento.

I termini “vassallo”, “valvassore” e “valvassino” nelle fonti sono prevalentemente usati come sinonimi e non indicano necessariamente un rapporto “a piramide”; in epoca feudale non è inoltre affatto detto che un vassallo abbia un rapporto riconducibile al re: Giuseppe Sergi (Dieci secoli di medioevo, Torino 2009, pag. 64) parla dipluralità di reti vassallatiche” che non culminano nel palazzo regio. Senza contare che ai rapporti vassallatici andavano a sommarsi quelli di parentela e di eredità, complicando notevolmente la struttura e rendendola più simile a una rete (o magari a un groviglio) che a una piramide. Neanche la parte bassa dello schema ha retto alla messa a punto della storiografia: la servitù della gleba, ossia l’indissolubile vincolo giuridico tra un contadino e la sua terra enfatizzato pressoché da tutti i manuali, è in realtà una condizione rara: “L’idea che le campagne medioevali fossero abitate e coltivate da una grande e omogenea categoria di servi della gleba è sbagliata” (Sergi, pag. 344).

Che il mondo medievale non fosse irrigidito in una ferrea gerarchia piramidale è un dato storiograficamente assodato e ormai presente, almeno in qualche misura, anche a livello divulgativo. Per accedere a questa informazione non occorre essere iniziati a saperi esoterici né avere familiarità con pubblicazioni iperspecialistiche, internet basta e avanza. On line si trovano infatti numerose pagine di docenti e ricercatori nelle quali si stigmatizza chiaramente l’uso manualistico della piramide feudale e si forniscono adeguati riferimenti bibliografici per approfondire.

Se ormai anche a livello divulgativo il racconto tradizionale dell’età feudale (e lo stesso aggettivo “feudale”) appare niente più che uno slabbrato stereotipo, perché esso viene riproposto dalla quasi totalità dei manuali? Perché la famigerata “piramide” non viene “abbattuta”?

Probabilmente l’incongruo schema resiste perché “è facile”, e questo ne decreta un inossidabile successo. Il racconto di una società reticolare, in cui il potere è frantumato, si costituisce “dal basso” e scorre per mille rivoli non sempre riconducibili al monarca, è al contrario ben più “difficile” e non si presta ad una schematizzazione corriva. Ciò che è facile prevale in modo schiacciante su ciò che è difficile, sempre, anche quando ha la vaporosa inconsistenza di un ballon d’essais.

La curtis capovolta.  A proposito della curtis, il “racconto” offerto dai manuali è, con poche varianti, il seguente: l’economia europea dell’alto medioevo è basata sulla curtis, sorta di grande fattoria  (gli schemi e i disegni illustrativi che corredano i testi lasciano in genere intendere che si tratti di una realtà territorialmente compatta), divisa in una pars dominica, direttamente amministrata dal dominus, e una pars massaricia, suddivisa a sua volta in mansi (singoli appezzamenti) affidati ai contadini. L’economia della curtis è chiusa: ogni fattoria è infatti autosufficiente, non vi si pratica il commercio (anche perché la produzione è scarsa e non c’è molto da commerciare), non vi circola la moneta (e pertanto i pochi scambi che vi si effettuano avvengono nella forma del baratto).

Leggendo autori come Chris Wickham e Giuseppe Sergi o  anche soltanto il cap. 9 del manuale universitario di Massimo Montanari (Storia medioevale, Roma-Bari 2002) si capisce che quasi nulla di questo ostinato refrain è ancora accettabile.

Nel dettaglio, oggi infatti sappiamo che

  1. la curtis non caratterizza l’economia di tutta l’Europa per tutto l’alto medioevo: si riscontra soltanto nella Gallia del nord, in Inghilterra, in Italia del nord e nella regione del Reno, in un lasso di tempo che va dall’VIII all’XI secolo;
  2. il manso non è semplicemente un appezzamento di terreno ma una unità fondiaria più complessa, che comprende una casa con varie pertinenze nel centro abitato e diversi appezzamenti di terreno variamente distribuiti nel territorio di più villaggi, in modo che non restino mai tutti a riposo contemporaneamente durante le rotazioni; chi ottiene un manso ottiene inoltre anche una quota di diritto di sfruttamento del bosco. Anche la pars dominica ha un carattere non accentrato e comprende proprietà distribuite su più villaggi. Il caput curtis (cioè il centro amministrativo con la residenza padronale e i magazzini) è di norma collocato nel villaggio dove un padrone ha la quota di dominicum più grande. La curtis è dunque disseminata nel territorio e non ha un aspetto compatto. Ne consegue che essa è più una forma di amministrazione che un luogo ben individuabile con lo sguardo. A partire dall’XI secolo la pars dominica scompare quasi del tutto a vantaggio della pars massaricia, e ciò si può considerare come la fine della curtis e la nascita di latifondi a gestione indiretta attraverso contratti di affittanza e di mezzadria;
  3. la curtis produce abbastanza da avere un surplus di beni destinato al commercio. L’economia curtense è aperta, notevolmente dinamica e caratterizzata dalla circolazione di moneta.

Nella maggior parte dei manuali, di questa “nuova” curtis, ormai nota in qualche misura anche a Wikipedia, non c’è traccia: resistono impassibilmente il baratto, l’autosufficienza, la produzione scarsa… E soprattutto nel racconto permane, con poche eccezioni, una fastidiosa indeterminatezza geografica e cronologica, per cui quasi mai si capisce dove e quando la curtis si è effettivamente diffusa.

Ancora una volta, perché?  Mi viene un sospetto: gli autori, pur sapendo come stanno le cose (non posso infatti credere che mettano mano a un lavoro complesso e  delicato come la redazione di un manuale di storia medioevale senza conoscere le più importanti acquisizioni storiografiche degli ultimi decenni) scelgono di far finta di niente, perché sanno che, senza piramide e baratto, senza cioè gli stereotipi, il loro libro sarebbe considerato “difettoso”, “carente”, “incompleto” dai docenti che devono adottarlo, i quali purtroppo raramente sono aggiornati sugli sviluppi della disciplina che insegnano. “Hai visto, collega, che libro scadente? Non c’è nemmeno la piramide feudale, e non si parla del baratto nemmeno di sfuggita: non adottiamolo!”.  Se il sospetto ha un qualche fondamento, è allora l’impreparazione in materia storica della classe docente (assecondata dal cinismo degli autori dei manuali) a fungere da “deterrente” verso ogni aggiornamento del contenuto.

Il nostro manuale. Come se la cava Carlo Cartiglia, autore de Il tempo e il racconto, il manuale in adozione nella nostra scuola, con la piramide e la curtis? Nella descrizione della società feudale, Cartiglia segna decisamente un punto a suo favore, perché non propina alcuna piramide e descrive l’intrico dei poteri vassallatici come una “grande rete o ragnatela” (pag. 122 del I vol.). Affermazioni disseminate qua e là smentiscono però in parte questo quadro, e lasciano intendere che lo schema a piramide continui ad operare nel “subconscio”, se posso dir così, della narrazione.

I due paragrafi (pagg. 134 e 135) dedicati alla curtis non contengono alcun riferimento all’economia chiusa e alla mancanza di commercio (ma al baratto si accenna, fuggevolmente, a pag. 133) e quindi anch’essi appaiono tutto sommato accettabili, anche se galleggiano sulla solita indeterminatezza che non consente di capire bene in quali zone dell’Europa e in quali secoli il fenomeno “curtis” si sarebbe affermato.

Il nostro manuale ha molti limiti: nel tentativo di essere “facile” diventa spesso superficiale, e volentieri si allinea alla “narrazione standard” (ad esempio riguardo al Capitolare di Quierzy, a proposito del quale dice, erroneamente ma come fanno tutti gli altri manuali, che rese ereditari i feudi maggiori; o a proposito dei domini di Carlo Magno, che continua erroneamente a chiamare “Sacro romano impero”, come si fa in quasi tutti i manuali, nonostante sia ormai accertato che quell’espressione fu usata per la prima volta nel XII secolo, da Federico Barbarossa, e che non può quindi essere applicata all’organismo politico creato da Carlo Magno). Ma su alcuni temi cruciali Il tempo e il racconto appare meno succube degli stereotipi di tanti manuali all’apparenza più curati e aggiornati. Si prenda a confronto, tanto per fare un titolo, Eventi e scenari di Valerio Castronovo: l’incarto dell’opera, ossia la grafica, è di lusso, ma la trattazione offre un catalogo completo, davvero disarmante, di luoghi comuni, di concetti superati o semplicemente sbagliati. Tra Castronovo e Cartiglia, dunque meglio Cartiglia. Ma in realtà, se dovessi scegliere tra Cartiglia e niente, sceglierei niente.

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